Martedì, Settembre 25, 2007

Guida......sulla guida in Malawi

Parti di prima mattina, all’inizio del giorno; raggiungerai colui che insegui, sfuggirai a colui che ti perseguita.



 

 

 

 

 


Se guidi in Malawi dovresti essere a conoscenza delle locali consuetudini riguardo all’impiego degli autoveicoli. In generale la qualità della guida è molto scarsa, il parco macchine decrepito e i piloti imprevedibili -devi essere preparato ai sorpassi delle altre autovetture in curva e sulle colline. Ufficialmente il traffico scorre sul lato sinistro anche se certe volte non è proprio così chiaro. Le condizioni delle strade asfaltate non sono male rapportate ad altri paesi africani ma, a volte, sono strette e tortuose. Il Malawi è al primo posto nella classifica di vittime in incidenti stradali per milione di chilometri percorsi.
 
Partire
Prima di metterti alla guida è sempre meglio dare un’occhiata all’olio e all’acqua del motore, accertati del cric con annessi e della ruota di scorta. Fai rifornimento in abbondanza -non si sa mai- puoi arrivare al prossimo benzinaio e non trovare il carburante oppure non c’è corrente così la pompa non funziona. Se stai in giro parecchio è necessaria almeno una tanica extra. Portati anche del filo di ferro.
 
Documenti di viaggio
Sono assicurazione, il collaudo annuale e il bollo che devono essere ben esposti alla sinistra del parabrezza -il libretto non è necessario. La patente italiana è tollerata ma è meglio quella internazionale
 
Orientarsi
Sulle direttrici in asfalto non ci sono grossi problemi, i paesi principali e gli incroci sono discretamente segnalati. Le cose cambiano se si deve svoltare su una pista sterrata ……. e sono tutte piste sterrate. E’ buona norma domandare …….. più di una volta. Cartelli o indicazioni sono pochi e spesso forvianti -i nomi delle vie e i numeri civici semplicemente non esistono. In città va un po’ meglio ma solo nelle zone centrali.
 
Posti di blocco
Se ne trovano parecchi; fissi e volanti. Sono quasi tutti della polizia anche se in alcuni ci sono soldati -uomini e donne- in tuta mimetica con i mitra. In genere alzano la sbarra o spostano il cono senza problemi. A volte domandano da dove vieni o dove vai, in questo caso adotta la formula del Sir_Madam e solitamente non vanno oltre. Una volta ho scordato la patente, fermato mi hanno lasciato andare -fortuna per me perché non mi fidavo tanto del copilota che mi ha sostituito nel breve tratto ……. per ben due volte quella mattina ha preso le capocciate nel salire in macchina.
 
Infrazioni
Se ti ferma la polizia per farti una contravvenzione sono menate -non funziona come in Italia- si va “direttamente” in corte. In sostanza se hai qualche documento fuori posto o commetti un’infrazione non ti danno la possibilità di conciliare e pagare sul posto. Ritirano la patente o il veicolo e devi tornare in un paio di giorni per discutere il caso davanti al giudice. Generalmente si sbroglia la matassa in una o due volte pagando la multa ma se stai a 300 km è una vera scocciatura. In certe circostanze -verso la fine del mese e sotto le feste di Natale in particolare- ti fanno capire senza tanti giri di parole che una mancetta sbloccherebbe il tutto; questo sta alla tua coscienza. Una volta è successo anche a me, per “fortuna” proprio a Balaka ……. quella stronza di poliziotta mi ha ritirato la patente e pensare che il mese prima le avevo fatto i denti nuovi.
 
Segnaletica
E’ scarsa sia quella verticale che orizzontale. Il semaforo è chiamato robot e non traffic light -ci ho messo un po’ a capirlo- i pochi che ci sono in città funzionano male ed è bene aprire gli occhi. Se vedi dei rami sulla carreggiata rallenta e fai attenzione, questi sono la versione locale dei triangoli di segnalazione. Più avanti ci sarà un autoveicolo rotto proprio in mezzo alla strada.
 
Distrazioni lungo il percorso
Possono essere di varia natura e in particolare riguardano proprio la natura. Puoi imbatterti in un panorama mozzafiato dove montagne e altipiani si confondono in lontananza. Oppure, molto più vicino, frotte di bambini che al tuo passaggio si sbracciano per salutarti. Altre distrazioni sono date dai venditori -nello specifico quelli che vendono spiedini di topi lessi. Fanno dei fischi acuti per richiamare la tua attenzione e agitano la loro mercanzia a pochi centimetri dal tuo parabrezza. In tutti i casi fermati ……. puoi così riposare e ammirare il paesaggio, fare due parole oppure gustarti un corroborante e delizio spuntino.
 
Uso degli indicatori di direzione
Generalmente non credo alle frecce che mettono gli altri, aspetto e poi prendo la mia strada. Se ti trovi dietro un camion o macchina che procede lentamente può darsi che l’autista usi l’indicatore destro per comunicarti che la strada è libera e che puoi sorpassare. Per altri il significato è esattamente il contrario -qualcosa sta arrivando su lato opposto. Morale; meglio non superare fino a quando la strada non è completamente libera.
 
Buche
Personalmente preferisco 20 km di polverosa pista sterrata con buche a 10 km d’asfalto con buche. Sull’asfalto le buche sono molto più “secche” -oltre a compromettere la mia schiena e gli ammortizzatori fanno saltare i CD. Rompono, in tutti i sensi, anche ai passeggeri poco abituati che di riflesso se la prenderanno con te. Su un tratto di strada con buche devi essere attento e deciso. Scegli rapidamente la traiettoria migliore in modo da evitare più buche possibili facendo attenzione a bambini, macchine, biciclette, animali e naturalmente non uscire di strada. Se proprio capita che ci stai cadendo dentro e non puoi farci nulla lascia perdere i freni -frenata + buca non da un buon risultato. Afferra forte il volante per mantenere la direzione quando esci e stai pronto a prendere una nuova traiettoria -questa volta senza buche però. Qualche imprecazione aiuta.

continua .......

G Babaglioni


 

Posted by cicchia at 17:49:54 | Permanent Link | Comments (36) |

Mercoledì, Agosto 08, 2007

e questa la sapevate?

Una società italiana ed una giapponese decisero di sfidarsi annualmente in una gara di canoa, con equipaggio di otto uomini. Nonostante ogni squadra si fosse allenata duramente per arrivare al giorno della gara al meglio della forma, i giapponesi riportarono una vittoria schiacchiante, con un vantaggio di oltre un chilometro.
Dopo la sconfitta il morale della squadra italiana era a terra. Il top management decise che avrebbero dovuto vincere la gara dell'anno successivo e mise in piedi un gruppo di progetto per investigare il problema.

Il gruppo di progetto, dopo analisi attente ed approfondite, scoprì che i giapponesi avevano sette uomini ai remi ed uno al comando, mentre la squadra italiana aveva un uomo che remava e sette che comandavano.
In questa situazione di crisi il management dette una chiara prova di capacità gestionale:
ingaggiò immediatamente una società di consulenza per investigare la struttura della squadra italiana.

Dopo molti mesi di duro lavoro, gli esperti giunsero alla conclusione che nella squadra c'erano troppe persone a comandare e troppo poche a remare.
Con il supporto del rapporto degli esperti fu deciso di cambiare immediatamente la struttura della squadra. Ora ci sarebbero stati quattro comandanti, due supervisori dei comandanti, un capo dei supervisori ed una persona ai remi. Inoltre si introdussero una serie di incentivi per motivare il rematore: era necessario ampliare il suo ambito lavorativo e dargli più responsabilità.

L'anno successivo i giapponesi vinsero con un vantaggio di due chilometri.
La società italiana licenziò immediatamente il rematore a causa degli scarsi risultati ottenuti sui lavoro, ma nonostante ciò pagò un bonus al gruppo di comando come ricompensa per il grande impegno che la squadra aveva dimostrato.
La società di consulenza preparò una nuova analisi, dove si dimostrò che era stata scelta la giusta tattica, che anche la motivazione era buona, ma che il materiale usato doveva essere migliorato.

Al momento la società italiana é impegnata a progettare una nuova canoa.

Ciao gnari

Posted by cicchia at 20:10:15 | Permanent Link | Comments (0) |

Mtsatsimanga: una pianta magica

Non è facile parlare di una pianta figurarsi poi se a questa si aggiunge l’aggettivo magico. Non sono un esperto di botanica -tanto meno di magia, faccio solo una piccola ricerca e raccolgo delle informazioni che ho piacere condividere.
L’oggetto in questione è la Mtsatsimanga, meglio conosciuta nel mondo delle piante come Jatropha Curcas. Appartiene alla famiglia delle Euphorbiaceae; originaria del Sud America vive preferibilmente fra i 20_28 gradi e ha bisogno di poca acqua. Cresce su suoli drenati e areati adeguandosi nei terreni marginali con pochi nutrienti. La Jatropha è una specie che si adatta e la sua “forza” come coltura sta nell’abilità di prosperare su terreni molto poveri, secchi e anche relativamente salini senza particolari cure da parte dell’uomo. E’ una via di mezzo fra un piccolo albero e un arbusto con una corteccia verde e liscia che se tagliata rilascia un lattice biancastro. Arriva fra i tre e i cinque metri ma in condizioni favorevoli può crescere anche ad otto metri e le radici, molto ramificate, aiutano nel contrastare l’erosione dei terreni da vento e acqua.
Fino a questo punto come pianta non sembra tanto magica tranne il fatto che cresce bene anche senza acqua e in terreni poveri ma un’altra buona proprietà è che in condizioni favorevoli si possono raccogliere i frutti -semi- fino a tre volte in un anno.
Ok ma cosa si fa con i sui frutti, si possono ……. mangiare? Assolutamente no! Anzi sono tossici sia per l’uomo che per gli animali. La Jatropha è tradizionalmente usata in Malawi per formare delle siepi intorno alle case e come recinto per le bestie. Il suo odore è sgradito agli animali e se tentano di attraversare un perimetro di Mtsatsimanga il lattice rilasciato dai rami rotti “brucia” la pelle. Per questo è usata come cinta -un cuscinetto di circa 40 km- intorno al parco di Liwonde per evitare che gli elefanti sconfinino e provochino seri danni nei villaggi. Il suo legno non brucia anzi, come quello del baobab, se messo sul fuoco lo spegne. Veramente sorprendente questa Mtsatsimanga; si protegge dalla deforestazione e la sua coltivazione è sicura nel senso che non sarà mai usata come legna da ardere o per fare carbonella.
A questo punto un mio caro amico direbbe “Giacomo stai cincischiando un po’ troppo vieni al sodo, dov’è il prodigio?” La magia di questa pianta è che dai suoi semi si può estrarre un olio per produrre biodisel. In altre parole un albero di Jatropha corrisponde ad un pozzo di petrolio in miniatura -considerando il ciclo produttivo vicino ai 40 anni- ma senza tutte le menate dell’oro nero. Si potrebbe dire oro verde perché oltre che poter essere usato come carburante con emissioni vicino allo zero possiede altre caratteristiche veramente utili e in campi inaspettati.
La varietà che prolifica fra Zambia, Malawi e Mozambico è quella più produttiva; a tre anni inizia a fare i semi e a cinque anni la resa è a quasi 80% del suo massimo. Da 100 kg di semi si spremere a freddo il 35% d’olio e per fare questo si ha bisogno di sole, poca acqua e terra. Dalla separazione dell’olio, tramite trans-esterificazione, si estrae il 98% di diesel con uno standard qualitativo accettato dai produttori d’automobili e sufficiente per non compromettere la garanzia del motore. Gli scarti della spremitura possono essere usati in due modi; compattati per fare dei bricchetti da ardere oppure composti per formare un fertilizzante organico. L’unica accortezza è di tenerla lontana dalle coltivazioni di cotone perché può essere infestata da un parassita comune. Fissa l’azoto nel terreno e grazie a questa particolarità può essere usata nell’inter coltura -in particolare per le varietà da orto. L’olio va bene nelle lampade al posto della paraffina, fa più luce, dura a lungo e in particolare brucia senza fumo -se si vive in una capanna senza finestre ……. è un bel passo avanti. Non solo, la Jatropha ha proprietà medicamentose -un misto tra medicina tradizionale e studi recenti- può essere usata per reumatismi, ulcere e problemi allo stomaco. Nell’igiene personale trasformata in sapone, per trattare mal di denti e le gengive infiammate. Si crede che all’alcaloide jatrophine, contenuto nel lattice, sia un potente anti-infiammatorio naturale e utile anche nel combattere i tumori.
I numeri parlano chiaro. Coltivare 30.000 ettari a Jatropha corrisponde a produrre -una volta a regime- 27 milioni di litri di diesel l’anno. Il Malawi ne utilizza 160 milioni di litri e la produzione della superficie indicata in precedenza potrebbe raggiungere facilmente il 20% circa dei consumi annui ………. non male. L’accorgimento per mettere a regime una produzione di scala e innescare un circolo virtuoso è naturalmente quello di coinvolgere la gente dei villaggi e delle comunità rurali. Creare dei vivai e distribuire, con un piccolo incentivo, le piante per essere “coltivate”. Non necessariamente in modo intensivo o in una piantagione ma a livello di capanna o famiglia; intorno alle case, lungo i sentieri e negli orti. L’albero non ha bisogno di particolari cure e dopo aver preparato il terreno -in pratica il buco- per l’attecchimento, la pianta va avanti da sola. Naturalmente bisogna assicurare che i semi in seguito siano comprati ad un prezzo onesto dalle compagnie che si occuperanno della trasformazione in modo da avere delle ricadute economiche sulle popolazioni rurali.
Oggi il costo per produrre un litro di diesel dalla Jatropha oscilla fra i 60_70 centesimi di euro cifra destinata comunque a scendere. In ogni modo tra le colture energetiche la Jatropha non si colloca in assoluto tra le migliori -la palma è nettamente superiore- ma grazie alla possibilità di non entrare in competizione nei terreni più fertili con le coltivazioni destinate all’alimentazione la rende senz'altro una coltura molto promettente nel panorama dei biocarburanti.
Immagina ……. un picnic all’ombra della Mtsatsimanga …….. quando ci si sveglia dal pisolino pomeridiano raccogliere i semi per poi fare il pieno …….. una vera delizia!

 



 
Ciao

Giacomo
Posted by cicchia at 19:47:58 | Permanent Link | Comments (0) |

Sabato, Luglio 28, 2007

Lagodiseo presenta il suo campione

ei, ai u duin mait
ies iar ai em
from de reining norf, from de capital of nofing, Cicchia uill trai is best tu partesipeit et de Morra dei tutausenseven
Cicchia, (ciampion of ingland and uelsch (diuring de sics nescion), ciampion of sardegna (diuring de big it in Olbia tutausenseven) end, ambitten in ingland (versus ol de italian pleier visiting Landon ), de onli person eibol tu bring de olredi femus Drunken Cup in Ingland for uan iar.
bi redi or be redo ...redo? redolfi no non penso proprio bat eniuei si iu sun
 bai bai
lagodiseo.blog 
Questa é la copia della lettera che noi "Lagodiseo.blog" abbiamo gentilmente spedito a decidiodecedi (presumibilmente organizzatori di questa manifestazione che attacca le sue radici sul filo della schiena di uno dei giochi d'azzardo piú conosciuti in Italia ed all'estero) per presentare il portacolori del nostro blog, colui il quale tutto fará per strappare la Coppa dei Cioc, e portarla una volta tanto in quel d'Inghilterra (terra dove la morra é totalmente sconosciuta come in Bangladesh, in Groenlandia e nella regione sud della Mauritania Occidentale.
Ciao al prossimo collegamento.
PS ciao Walter




































ciao a tutti
Posted by cicchia at 20:13:10 | Permanent Link | Comments (0) |

Domenica, Luglio 22, 2007

guarda chi ti becco!

1970 PORTO GABRIELE ROSA






 























si riconoscono vero?
foto scattata con una Ferrania Ibis 1952
esposta nella bacheca vecchie glorie
all'Ostello Cic&Kat.

Posted by cicchia at 19:34:25 | Permanent Link | Comments (0) |

Martedì, Luglio 17, 2007

Kupeza mbewa ŠŠ. Buana, mugola ( da "I viaggi di Baba" )

³Kupeza mbewa ŠŠ.. Buana, mugola?² E¹ la cantilena che si sente viaggiando
lungo la M1, la strada che attraversa il Malawi verso sud collegando la
capitale a Blantyre. Ragazzi mostrano pile e pile di topi incastrati,
sovrapposti fra due bastoni. Si incontrano spesso questi improvvisati
venditori lungo le strade specialmente fra Balaka e Blantyre dove la caccia
ai sorci è un affare serio! Come imbonitori, i giovani dei villaggi si
allineano lungo la carreggiata proponendo ³bastoni² di topi cotti. Li fanno
dondolare mettendoli in bella mostra ad ogni macchina che passa invogliando
il guidatore e l¹equipaggio nel sperimentare un invitante spuntino.
Le mani unte e le magliette macchiate di questi trafficanti in erba indicano
la quantità di grasso che un topo cotto produce -cicce perfette per quelli
che hanno un buon appetito e sono alla ricerca di carni particolarmente
grasse.
Il costo è di circa 100 Mk -poco più di mezzo euro- per un bastone di dieci
pezzi. Il prezzo varia però in accordo alla quantità/qualità dei roditori e
alla condizione del cliente. Oltre che lungo le strade, i topi sono venduti
-vivi o cotti- in gran quantità nei mercati dei villaggi. Importate
precauzione per tutti i compratori è di non acquistare mai topi crudi; in
poche ore la qualità delle carni degrada e vanno a male.
Catturare le deliziose prede non è facile come mangiarle ma può essere molto
divertente. Per prima cosa bisogna individuare i tracciati che le bestie
usano per spostarsi e che solitamente portano ad un reticolo di tunnel
sotterranei dove vivono. Individuato il covo, il passo successivo e il più
impegnativo di tutti, è scavare per raggiungere la tana. Spesso i cacciatori
bruciano il bush per pulire la zona in modo che il ratto può essere
facilmente individuato se decide di uscire durante lo scavo. Un buon
accorgimento è quello di tappare alcuni tunnel in modo da ridurre le fughe
dalle ³uscite d¹emergenza². Molta corsa e polvere. Il topo è una creatura
sfuggente, un abile demone che si muove zizzagando velocemente nel bush. Fa
di tutto per salvare la pelle ingeniandosi in mille astuzie e acrobazie. Per
questo solo i cacciatori più giovani ed energici sono raccomandati per una
rincorsa che richiede buone dosi d¹agilità, resistenza e intuito. Qualche
battitore usa la tattica dell¹affumicamento ³inondando² le tane con fumo di
paglia impedendo alle prede di scappare. Questa pratica è in ogni modo
rifiutata dai cacciatori ortodossi perché fa perdere il naturale sapore alla
carne quando è cotta. In una buona giornata una squadra di tre - quattro
cacciatori, se sono abbastanza fortunati e abili, può tornare a casa con un
paio di centinaia di prede nel carniere.
Il sistema tradizionale per cucinare il topo è semplice. Stomaco e intestini
vanno rimossi -possono essere amari e rovinare il banchetto. La pelle va
lasciata! Il sorcio è l¹unico animale che può essere mangiato intero con
pelle e pelo -dalla testa o se preferite dai baffi alla coda. Lessare il
topo preparato in questo modo, preferibilmente in una pentola di coccio, in
abbondante acqua fino a completa cottura, scolare e salare a piacere.
Nient¹altro. In seguito le leccornie così cucinate vanno incastrate fra i
bastoncini ed esposte per almeno tre ore su una roccia al sole per
l¹essiccatura finale avendo l¹accortezza di rigirarli ogni tanto.
A questo punto la prelibatezza è pronta per la delizia dei palati più
curiosi che si trovano a transitare lungo la M1.

³Kupeza mbewa ŠŠŠ Buana, mugola?²

Posted by cicchia at 01:11:10 | Permanent Link | Comments (0) |

Adis Abeba stop over ( da " I viaggi di Baba" )

Ciao, nel viaggio di ritorno in Malawi ho approfittato di uno stop-over per visitare Addis Ababa; la città della mia “infanzia professionale” come odontotecnico in Africa. E’ un vero piacere tornare e ritrovare i posti che tanto mi hanno ormai quasi quindici anni fa.
Già nell’avvicinarsi alla città con l’aereo sono evidenti i segni di massicci cambiamenti.
Atterrato, l’aeroporto che conoscevo veramente come le mie tasche non esiste più.
Al suo posto una moderna struttura d’acciaio e vetro piena di passeggeri. Depositati i bagagli all’Axum Hotel sull’Asmara Road -dotato di una veloce connessione internet senza fili gratuita- mi sono subito mosso alla volta dello Yekatit 12 Hospital a Siddiskilo.
Uno dei più grandi ospedali della capitale e sede della clinica dentistica. Raggiungere il posto non è stato difficile e per calarmi il più possibile nell’atmosfera ho preferito un matola al solito taxi. La prima impressione per strada è stata quella di confusione totale -normale direte voi in una metropoli africana- nel senso che non mi ritrovavo più.
Tantissime nuove strade -i cinesi hanno pure costruito un sistema di tangenziali e svincoli tipo quello di Milano dove sotto i viadotti trovano posto una variegata tipologia di poveri. Moltissime automobili e una miriade di palazzi alti 10-15 piani, molti finiti mentre altri a diversi stadi di costruzione. Per farla breve tutti i miei punti di riferimento erano scomparsi e soltanto a tratti riconoscevo alcuni angoli rimasti quasi immutati. Su marciapiedi affollati da una variegata umanità, tantissimi negozi e locali offrono quasi di tutto. In particolare mi ha colpito il numero di macchine per palestra che vendono per strada, gli internet cafè e i saloni di bellezza.
La ragione di questo “fermento”, mi è stato spiegato, si deve a massicci aiuti da parte di donors internazionali; principalmente banca mondiale e unione europea. Anche le cospicue rimesse della diaspora fanno la loro parte specialmente nell’import-export e nelle imprese di servizi. In particolare dalla zona di Washington dove vive la più grande comunità etiope all’estero -quasi un milione di persone. Un altro motivo è che il governo ha dovuto fare alcune concessioni dopo l’ultima e veramente inutile guerra -quale guerra può essere utile non so- con l’Eritrea per scongiurare un diffuso malcontento.
Arrivato in clinica cerco facce note ma dal cortile non riconosco nessuno. Decido di entrare e raggiungere il laboratorio. All’interno due donne …… subito non ci siamo riconosciuti ma dopo un attimo i volti si aprono in grandi sorrisi. Sono proprio Mhaskaram e Sysaye. Baci, abbracci e saluti vanno avanti per due buoni minuti. I convenevoli in Etiopia sono molto importanti. Stanno bene, sposate con figli.
Telefoniamo a Mesfhin che ci raggiunge. Dei quattro originali manca purtroppo Khettakio -l’uomo d’oro in amarico. Proprio una bella rimpatriata. Fanno il caffé e sul pavimento mettono dell’erba per ricordare i legami con la terra. Tre tazze. Il primo giro, più forte, è dei padri, il secondo per le madri e il terzo per i più deboli, i bambini. Tento il mio sopravvissuto repertorio in amarico ma faccio confusione con il chichewa del Malawi. Ancora, fra loro, parlano in spagnolo per i trascorsi scolastici a Cuba. Qua poco è cambiato. Certo alcune attrezzature non funzionano altre le stanno sostituendo ma la formazione continua nonostante i pochi mezzi.
Resto anche un pezzo di pomeriggio e incontro il Dr. Solomon. Poco prima della mia partenza nel 1993 è rimasto in carcere quasi nove anni per niente. Ora è il direttore della clinica e sì impegna come può. La scuola è sotto l’ombrello dell’università di medicina e fra poco inizieranno i corsi in odontoiatria di cinque anni. La voglia di fare c’è e anche le idee non mancano ci vorrebbero, come al solito, più risorse.
Nel tornare all’albergo percorro un lungo pezzo a piedi, Aratkilo e giù fino a Meskel Square la piazza della rivoluzione. Le facce della gente con odori, profumi e sapori sono quelli di una volta però. Solo i giovani indossano un abbigliamento più moderno -direi veramente trendy. Gli anziani invece sempre con il Ghabi, la loro inconfondibile veste bianca, che gli da un misto di fierezza ed eleganza anche dove c'è la miseria più nera. La mattina seguente alla partenza, nonostante la stagione con pioggia e freddo, c’è più di un rimpianto nel lasciare Addis Ababa la città del nuovo fiore.
Per finire una notizia di cronaca. Non sei rimasto soddisfatto del passaggio al terzo millennio sette anni fa? Non preoccuparti, puoi rifarti presto. L’anno 2000 in Etiopia cade l’undici settembre -che coincidenze cabalistiche- perché è in uso un sistema basato sul calendario Giuliano. Il nuovo millennio sarà salutato con festival ed eventi che si protrarranno per molti mesi. Tutti gli aspetti della vita culturale etiope come musica, arte e cibo saranno celebrati. L’aspettativa è quella di ospitare milioni di persone da tutta l’Africa e dal mondo intero. Se volente un consiglio andateci! Si trova anche il Campari. A settembre inizia la primavera a Addis Ababa. Solo cieli sereni con meravigliosi panorami mozzafiato. Poi queste popolazioni -bellissime e fiere- se la meritano davvero una visita. Vorrei per l’Etiopia intera un terzo millennio di sviluppo e pace e a me stesso un augurio di tornarci presto.





















ciao a tutti Baba

Posted by cicchia at 01:07:53 | Permanent Link | Comments (0) |

La collina delle formiche (da

Poche settimane fa sono andato in campagna; ho accompagnato Patrik -uno
studente della scuola- nei dintorni di Balaka. Andava a trovare una sua
cugina al villaggio di Kapandatsitsy e a comprare un sacco di fagioli per la
mamma.
Niente di che come viaggio, soltanto una decina di chilometri lontano
dalla strada asfaltata ma già dopo poco si notano i contrasti con le case di
mattoni rossi e i tetti in lamiera che lasciavano il posto a capanne di
fango marrone ricoperte di paglia.
Come mi avvicinavo al villaggio la
campagna sembrava uguale intorno a Balaka salvo una maggiore deforestazione,
i matola (piccoli pulman) molto più scassati e la polvere.
Ero quasi arrivato alla meta quando noto una moltitudine di persone che
aspettano questi matola; con mia sorpresa erano tutti in piedi sopra un
chulu. Volevo ignorare la strana assemblea ma una buca di dimensioni
esagerate mi costringe a rallentare e clamorosamente nessuno mi domanda un
passaggio.
C'era qualcos'altro che la gente stava facendo sulla collina
delle formiche e così ci siamo fermati.
Subito dopo un ragazzo di nome Ncozana si avvicina e mi domanda "Signore,
vuoi fare una telefonata?" Ho subito realizzato che il chulu era un phone
bureau e raggiunta la "cima" tre cellulari e una borsetta erano appesi ai
rami di un albero.
Dopo un po¹ la borsetta trilla e una signora risponde "Muli wuli uko ku
Jubeki?" che significa ³come va in Johannesburg?² In sostanza la donna
informava il marito dei progressi della casa che stavano costruendo e che
per completare i lavori aveva bisogno di soldi, immediatamente!
Ncozana si prende la briga di spiegarmi qualcosa circa il chulu; ³i villaggi
vicini non hanno copertura perché sono alla periferia del segnale e
all'interno di una valle mentre Kapandatsitsy è più fortunato, un po' più
alto con il chulu che è un ottimo posto.
Per capirci, appena raggiunto ilpunto più alto, la ricezione passa da zero a cinque tacche;
potevocomunicare con il mondo intero dalla sommità di un chulu!
Ncozana mi diceche molti giovani nei villaggi vicini sono in Sud Africa a lavorare e
comprano i cellulari alle mogli per facilitare la comunicazione e che al
villaggio di Kapandatsitsy c¹è forse la più alta concentrazione di
cellulari, in un contesto rurale, dell¹intero Malawi. Durante il fine
settimana ci sono solo posti in piedi sulla collina delle formiche perché
amici e parenti comunicano appunto con il loro amici e parenti che sono in
riposo dal lavoro in Sud Africa.
Modernità e telecomunicazione hanno anche
qui, come da noi, strani risvolti con amori e tradimenti che si consumano al
telefono e, a parte i problemi sentimentali, il chulu è un¹arteria vitale
per la zona. Gente da villaggi lontani viene sulla collina per scambiarsi
informazioni e il bello è che nessuno si proclama padrone o domanda il
biglietto. Anzi, questo piccolo chulu genera commercio; si possono trovare
bici-taxi per gli spostamenti più lontani, venditrici d¹acqua e mercanzia
varia per soddisfare le necessità dei telefonisti e ricordare il passo
gigante -grazie anche a delle piccole formiche- che il Malawi sta facendo
nelle telecomunicazioni.



















ciao

Posted by cicchia at 01:03:20 | Permanent Link | Comments (0) |

Lunedì, Luglio 16, 2007

BICI TAXI

Un giorno sono rimasto senza trasporto. La bici era buca, la macchina non aveva gasolio (in paese non c’era verso di trovarne neanche una goccia) e dovevo andare lontano da dove vivo per incontrare una persona. La strada non la conoscevo bene così mi sono deciso e ho affittato una bici taxi.
Dopo la contrattazione di rito mi ritrovo seduto su un trespolo posticcio di una pesantissima bicicletta cinese -prodotta per il mercato africano però- che di nomignolo fa Mangochi Boy. La partenza non è delle migliori, poche pedalate e scende la catena, inconveniente che Mangochi Boy risolve in un attimo. Effettivamente non so se Mpeseni il ciclista che mi trasporta sia venuto al mondo realmente a Mangochi, importante è che schivi le buche perché l’imbottitura del sellino su cui appoggia il mio posteriore fa veramente desiderare. Dopo pochi minuti e tanti sobbalzi raggiungiamo la strada asfaltata.
Per circa tre chilometri è uno spasso con Mpeseni che sorpassa tutti. Sembra abbia innestato un cambio speciale, la bici risponde benissimo e le ruote girano sull’asfalto senza una vibrazione. Il solito panorama visto da un’angolazione diversa prende un altro aspetto con i sorrisi dei bambini che ci salutano veramente vicini. Il divertimento finisce non appena scendiamo dal gradino che separa l’asfalto dalla terra battuta. Non era proprio un gradino e con una bella botta al mio culo abbiamo bucato, pochi metri e siamo fermi a neanche metà strada! Speriamo che non si sia rotta la ruota. Scendiamo e insieme alla bici ci mettiamo sotto un mango. Il cerchione è a posto così come i raggi si tratta per fortuna di una semplice foratura. Con calma tutta africana Mangochi Boy tira fuori gli attrezzi per la riparazione; una pinza che avrà almeno venti anni tutta arrugginita, una piccola leva piatta, della carta vetro, un pezzo di camera d’aria tutto rotto e un tubetto di mastice.
La sosta forzata mi permette di conoscere qualcosa di più del mio amico tassista che per combinazione parla un po’ d’inglese. Mpeseni è un giovane mussulmano di cinque lustri ed esercita la professione di bici taxi driver da circa due anni. Professione perché è un tassista con la licenza, tutto orgoglioso mi fa vedere il foglio della polizia che prova il versamento della tassa annuale di cento kwacha. Lavora tutta la settimana tranne il Venerdì -giorno di festa per i mussulmani- inizia la mattina verso le cinque e finisce con lo scuro della sera. Fa otto-dieci corse al giorno che gli permettono di guadagnare mediamente 300 kwacha, 400 quando va bene. La manutenzione del mezzo, se non ci sono problemi particolari come rotture del telaio che vanno saldate, si prende 200-300 kwacha ogni mese. A volte è impegnato anche di notte, su appuntamento beninteso e la tariffa è doppia. Come molti malawiani Mpeseni ha un cellulare e viene contattato dai clienti, fa niente se non ha credito per chiamare. Il tragitto più lontano che ha fatto è stato a venti chilometri lungo una pista sterrata, portava una mamma con il bambino malato ad un ospedale dove c’era la medicina giusta per guarirlo. Il prezzo della corsa dipende naturalmente dalla lontananza del posto da raggiungere e non varia se si è particolarmente robusti, se si hanno pesanti valigie, bambini al seguito e come capita spesso animali tipo polli, capre o pecore. Una volta -giuro- ho visto una signora con un piccolo vitello, legato per bene, sistemato sul manubrio. I clienti non hanno fretta e generalmente possiedono un senso relativo dell’urgenza. Durante il tragitto conversano volentieri sia al cellulare che con il guidatore, le donne solitamente di come va la famiglia mentre gli uomini preferiscono parlare d’affari. Quando ha iniziato a lavorare la bicicletta era nuova, comprata grazie ad un prestito di un lontano parente che lavora in Sud Africa, adesso sembra usata da dieci anni e per i nostri canoni è poco più che un rottame. Mpeseni non è molto felice della sua attività, fa questo lavoro perché è povero. Vorrebbe sposarsi e aprire un piccolo negozio con la moglie ma al momento non ci sono soldi. In ogni modo, e nonostante tutte le mie domande, Mangochi Boy ha trovato il buco tra una infinità vecchie forature riparate. Pochi minuti e la pezza è al suo posto. Dobbiamo solo aspettare che il mastice faccia presa, sperare che la pompa funzioni e che la valvola regga. Ripartiamo ed è subito sciagura. La strada sterrata è abbastanza liscia e senza buche ma le macchine che passano sollevano nuvole di polvere che non se ne vanno.
Ci fermiamo per domandare informazioni, non ci sono vie o numeri civici e dopo duecento metri, lasciamo la pista per uno stretto sentiero in salita fra i campi verso una collina. Il pendio inizia a farsi ripido e Mpeseni deve salire sui pedali, chissà se riuscirà a mantenere l’andatura. C’e uno strappo da superare, inevitabilmente cade la catena. Siamo quasi arrivati percorro così l’ultimo pezzo camminando a fianco di Mangochi Boy. A casa il tipo che dovevo incontrare non si trova.
I vicini di capanna dicono che è andato a Zomba per delle spese e non è ancora rientrato. Non mi resta che tornare, tutta questa fatica per niente. Il rientro lo racconto un’altra volta però. Data la stagione è arrivato un bel temporale e tutta la polvere di prima si è trasformata in fango.

Posted by cicchia at 00:23:43 | Permanent Link | Comments (1) |

El fumante unido jamas serà vencido

E noi ci adeguiamo, I mean the smokers.
Ci adeguiamo ma ci uniamo all' insulto contro la totalitaria legge anti fumo di Blair, ricordino, giusto prima di lasciare la patata bollente ( o fumante ) al puffetto grasso e scozzese Gordon. Sí, ci adeguiamo al fumare fuori dai pub e dai ristoranti e condanniamo l'assurdita della legge e la totalitarietá delle regole imposte.
         Giusto ieri sera, fuori dall'Arbeit Bar in North End Road mi sono ritrovato a dividere le spire saporite di una Marlboro con delle ragazze e altri ragazzi Inglesi, ballando alla melodia di una canzone dei Doors proveniente dall'interno del bar, e guardando l'interno del locale si potevano vedere i commensali bere le loro birre, appoggiati al banco, muovendo solamente un piede al ritmo della musica o solamente dondolandosi con Morrison, al contrario i personaggi "fumanti" fuori dal locale, si lasciavano andare alla musica danzando (paia in bocca) sul marciapiede senza, tra l'altro lasciar cadere una sola goccia di nettare di luppolo dalle pinte ondeggiandi. Era solo un inno che alla musica di Jim s'innalzava all'unisono" Fumantes unido jamas será vencido" come a dire i migliori a Londra, ora, si possono solo trovare fuori dai pub degustando birre e lasciandosi inebriare dal gusto di una sigaretta, danzando e creando questo "circolo limitato" di persone che alla fine cercano solo la democrazia sparita, dissolta da questo paese che tanto la portava alta come bandiera, come simbolo e come differenza e unicitá.

NA PAIA L'É SEMPER NA PAIA
  

Posted by cicchia at 00:20:41 | Permanent Link | Comments (0) |